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La Buca della Grazia - Cap.3: L'Occhio di Anteo
Pubblicata il 28/09/2026
Le prime tre settimane volarono in una nebbia di fatica fisica e privazione sensoriale.
Il lavoro nei campi cominciava prima dell'alba. A Elena fu assegnata la zappatura dei terrazzamenti superiori, dove il terreno era pieno di schegge di galestro che spezzavano i manici degli attrezzi e tagliavano la pelle delle mani attraverso i guanti in tela.
La dieta era calcolata con precisione scientifica: 1.400 calorie al giorno. Zuppa di legumi la mattina, pane di farro privo di sale a pranzo, verdure bollite la sera. Niente zuccheri raffinati, niente caffè, niente alcol. Il risultato era un calo ponderale costante e una perdita di lucidità che arrivava puntuale intorno alle tre del pomeriggio, quando il sole picchiava sulle colline e il ritmo della zappa diventava un'ossessione circolare.
Il quarto giovedì dall'arrivo di Elena, la campana della Frattura suonò con tre rintocchi brevi invece dei soliti due.
Sanna comparve lungo il terrazzamento, fermandosi a tre passi da
Elena.
«Chilone. Lascia la zappa. Il Padre ti attende alla Roccia.»
Gli altri otto adepti del terrazzamento non alzarono neppure gli occhi dal solco. Continuarono a colpire la terra con la regolarità di macchine a vapore.
Elena si pulì le mani sulla tunica e seguì Sanna lungo il sentiero in salita che portava verso la lecceta della Zona 3. Era la prima volta che superava la barriera dei lecci.
La residenza di Valori non era un palazzo lussuoso. Era una struttura rustica in pietra locale, ristrutturata con finiture di pregio: grandi vetrate in ferro nero che davano sulla valle, pavimenti in cotto fiorentino spazzolato a cera, scaffali in rovere pieni di volumi di storia delle religioni, trattati di agronomia e manuali di contabilità aziendale.
Valori era seduto dietro una scrivania in legno massello. Indossava la solita giacca scura. Davanti a lui c'era una tazza di ceramica fumante da cui saliva l'odore amarognolo di un infuso d'erbe.
«Siediti, Chilone,» disse, indicando una sedia in paglia di tela di fronte a lui.
Sanna rimase sulla porta, immobile, con le braccia incrociate dietro la schiena.
Elena si sedette. Mantenne la postura corretta: schiena dritta, mani piatte sulle cosce, sguardo fisso all'altezza del pomo d'Adamo di Valori.
«Matteo mi dice che lavori bene,» cominciò Valori, prendendo un sorso dall'infuso. «Non ti lamenti. Non chiedi porzioni extra. Non hai mai cercato di parlare con le altre donne nel dormitorio.»
«La parola sprecata è veleno,» citò Elena con voce neutra.
Valori sorrise. Il suo sorriso non toccava le pieghe attorno agli occhi.
«Non recitare con me, Livia. So da dove vieni. So chi eri prima di arrivare qui.»
Il cuore di Elena fece un balzo singolo, violento, poi tornò a battere al ritmo controllato degli ultimi venti giorni.
«Ero una persona che faceva fotografie a cose che non esistevano più,» disse.
«Ero una donna che cercava di riempire il vuoto con la memoria,» corresse Valori. Si alzò dalla scrivania e camminò verso la vetrata che dominava la vallata di Chiaravalle. «La memoria è la peggiore forma di parassitismo psicologico. Ci fa credere di essere i proprietari del nostro passato. Ma il passato non è una proprietà, Livia. È solo spazzatura non smaltita.»
Si girò improvvisamente verso di lei, appoggiandosi al bordo del tavolo.
«Perché sei qui?»
«Per smettere di ricordare,» disse Elena, guardandolo diritto negli occhi per la prima volta.
Valori la studiò per lunghi secondi. Elena sentì la presenza di Sanna alle sue spalle, una massa fredda e minacciosa.
«La maggior parte delle persone che arrivano qui sono deboli,» riprese
Valori con tono quasi confidenziale. «Vogliono un padre che dica loro quando mangiare e quando dormire. Vogliono un guscio per proteggersi dal mondo. Ma tu non sei debole, Livia. Tu hai una struttura rigida. Una disciplina che non hai imparato nei nostri manuali.»
Fece un passo verso di lei.
«La domanda è: questa struttura la stai usando per proteggerti da me, o per capire come diventare parte di me?»
«La sto usando per rimanere in piedi,» disse Elena.
Valori ridacchiò. Fu un suono breve, secco.
«Matteo,» disse senza voltarsi. «A partire da lunedì, Chilone non lavorerà più ai terrazzamenti. Sarà assegnata all'archivio della Zona 3.
Abbiamo cinquant'anni di registrazioni delle sessioni di purificazione da digitalizzare e catalogare. Serve una mente che sappia distinguere il grano dalla crusca.»
Sanna fece un breve cenno con la testa. «Sì, Padre.»
«Puoi andare, Chilone,» disse Valori, tornando a sedersi dietro la scrivania. «E ricorda: chi guarda nell'archivio deve avere gli occhi di pietra. Altrimenti la spazzatura degli altri diventa la sua.»
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Il brano racconta le prime settimane di Elena all’interno della comunità, dove è stata privata della sua identità e chiamata con il nome di “Chilone”. Apparentemente la ragazza è entrata nella setta per lasciarsi alle spalle il proprio passato e smettere di ricordare, ma in realtà nasconde un obiettivo preciso: scoprire che cosa sia realmente accaduto alla sorella, che prima di lei era entrata a far parte della comunità ed è poi morta. La vita all’interno della struttura è caratterizzata da una disciplina estrema: il lavoro fisico, la scarsità di cibo, il silenzio e le regole rigidissime hanno lo scopo non soltanto di controllare il corpo, ma anche di indebolire progressivamente la volontà e il senso di sé degli adepti. È significativo che gli altri membri continuino a lavorare senza nemmeno alzare lo sguardo quando Elena viene convocata: sembra che abbiano ormai interiorizzato completamente le regole della comunità. L’incontro con Valori, il “Padre”, mostra ancora meglio il meccanismo di controllo psicologico. Valori non ha bisogno di minacciare apertamente Elena: cerca invece di entrare nella sua mente, di interpretare le sue fragilità e di mettere in discussione la sua identità. Anche il modo in cui le parla è ambiguo: sembra conoscerla profondamente e le fa credere di comprenderla meglio di quanto lei comprenda se stessa. La frase sulla memoria come “spazzatura non smaltita” esprime bene la filosofia della comunità, che cerca di spezzare il legame degli adepti con il loro passato per poterli ricostruire secondo le proprie regole. Elena, però, mantiene una forma di resistenza. La sua disciplina non significa necessariamente sottomissione: lei osserva, ascolta e cerca di capire. Per questo Valori decide di trasferirla nell’archivio della Zona 3, dove dovrà occuparsi delle registrazioni delle precedenti “sessioni di purificazione”. Questa nuova mansione rappresenta un passaggio importante, perché potrebbe permetterle di entrare in contatto con le tracce del passato della comunità e, forse, con la verità sulla morte della sorella. Il brano, quindi, non racconta soltanto la vita difficile di una ragazza in una comunità settaria, ma mostra soprattutto come il controllo possa avvenire attraverso strumenti apparentemente ordinari: il linguaggio, il silenzio, la disciplina, la privazione, la sostituzione del nome e la cancellazione del passato. Elena è entrata fingendo di voler diventare una di loro, ma in realtà sta cercando di conservare dentro di sé la propria identità abbastanza a lungo da scoprire la verità. Caro Sir hai una bella forza narrativa da grande scrittore. Abbracci!

il 28/09/2026 alle 22:24